Perché il Parlamento europeo ha declassato la celiachia

La colpa è di chi acquista alimenti senza glutine pur non essendo celiaco

Pubblicato il 04/07/2013
Perché il Parlamento europeo ha declassato la celiachia

Il Parlamento europeo ha declassato la celiachia nell'elenco delle intolleranze alimentari, togliendo ai celiaci il diritto alla tutela e alle agevolazioni. La sorprendente notizia è arrivata con l'approvazione del regolamento comunitario 253/2011, avvenuta lo scorso 11 giugno, che ha di fatto declassato coloro che soffrono di una reale patologia su base autoimmune, eliminando i celiaci dall'elenco dei cittadini le cui esigenze nutrizionali specifiche vanno particolarmente tutelate.

La causa di questo declassamento sarebbe partita dagli sbalzi di mercato provocati da chi segue la dieta senza glutine come una moda qualsiasi, acquistando inutilmente prodotti specifici pur non essendo celiaco, ma magari solo lievemente sensibile al glutine. Infatti, le statistiche del Servizio Sanitario Nazionale affermano che sono 250 i milioni di euro spesi in acquisto di alimenti senza glutine, contro i 190 erogati gratuitamente dallo stesso SSN per i pazienti con celiachia diagnosticata. Ci sono quindi circa 60 milioni di euro spesi per acquistare alimenti senza glutine di cui non si ha bisogno in maniera vitale. La sensibilità al glutine, quando effettivamente presente, è infatti un disturbo molto lieve che ha bisogno di pochissimi accorgimenti, in confronto alla celiachia che è una vera e propria patologia autoimmune che causa insopportabili dolori intestinali a chi ne è affetto, con ulteriori gravi problemi di crescita nei bambini.

«Banalizzare la dieta senza glutine a dieta "di moda" – dichiara Elisabetta Tosi, presidente AIC – ha portato l'Europa a non riconoscere più le esigenze nutrizionali dei celiaci. Per di più, questo ritenere la sensibilità al glutine una sorta di "patologia di massa" spinge anche molti ristoratori a improvvisarsi cuochi "gluten free" senza le necessarie conoscenze e competenze: questo sta mettendo a rischio la salute dei veri celiaci, per i quali una dieta senza glutine è l'unica terapia». La diagnosi di celiachia, infatti, si basa infatti sull'evidenza dell'appiattimento dei villi intestinali, verificata tramite una biopsia intestinale e provocata proprio dall'assunzione di glutine: una volta a dieta, a meno che la diagnosi non sia stata troppo tardiva, il celiaco recupera in qualche mese un perfetto stato di salute e i villi appaiono di nuovo normali. «Mettersi a dieta prima degli accertamenti necessari comporta perciò l'impossibilità di arrivare alla diagnosi: non si potrà sapere con certezza di quale patologia si soffre né accedere al buono mensile di sostegno per l'acquisto di prodotti senza glutine da parte del SSN», conclude Tosi.

Contro l'atto del Parlamento europeo si sono alzate immediate le proteste dei celiaci di tutta Italia, che ammontano a circa l'1% della popolazione, contro il 6% stimato dei cosiddetti "sensibili al glutine" veri o presunti che siano. La stessa Associazione Italiana Celiachia ha precisato che «è pericoloso sottoporsi a diete di esclusione fai da te, poiché i veri casi di celiachia potrebbero restare senza diagnosi, esponendosi a rischi».

Tra i primi parlamentari ad attivarsi per risolvere la situazione c'è stato il senatore Luigi D'Ambrosio Lettieri, capogruppo PdL in Commissione Igiene e Sanità. Spiega Lettieri: «I diritti dei pazienti affetti da celiachia non sono diritti di serie B. Proporrò immediatamente al Senato una mozione perché sia ripristinata, nell’ambito della normativa europea, che poi dovrà essere recepita a livello locale, questa verità essenziale. La celiachia, come sottolinea giustamente il presidente dell’AIC – di cui condividiamo fortemente le preoccupazioni in merito all’approvazione del nuovo regolamento da parte del Parlamento europeo – non è una moda alimentare ma una patologia autoimmune, da diagnosticare con metodi scientifici e che trova nella dieta alimentare priva di glutine l’unica terapia idonea a proteggere la salute da gravi e severe conseguenze, anche irreversibili».

L’intervento della Commissione europea, svolto in nome della semplificazione, secondo Lettieri «ignora la necessità di continuare a tutelare alcune categorie sensibili e vulnerabili di consumatori, come quella dei celiaci, e comporta una serie di rischi poiché il regolamento rimuove di fatto la speciale protezione riservata ai celiaci garantita da una normativa stringente sui requisiti nutrizionali specifici e sui relativi controlli. Trasferire la tutela dei consumatori celiaci, portatori di una specifica patologia, a un Regolamento generale che interessa la generalità dei prodotti alimentari destinati al comune consumatore, è inappropriato e inaccettabile. La situazione italiana, poi, è messa ancora di più a rischio, in quanto in Italia la proposta porterebbe all’abrogazione del decreto legge numero 111 del 1992 (norma nazionale di recepimento delle direttive europee sui dietetici) e quindi del Registro nazionale dei prodotti dietetici senza glutine. Naturalmente ci rivolgiamo al ministro della salute Lorenzin perché questo possa essere scongiurato nel caso il regolamento Ue non introduca modifiche positive. Sul fronte culturale, poi, occorre un adeguato intervento informativo, con il potenziamento di sinergie preziose sul territorio tra operatori, istituzioni, ordini e associazioni, in modo da neutralizzare pericolose derive pseudo-salutistiche che, confondendo la sensibilità al glutine con la vera e propria malattia celiaca, mettono a rischio la diagnosi e la sicurezza dei pazienti».

La celiachia, è bene precisarlo, non va confusa con una qualsiasi moda alimentare. Lo possono dimostrare i 135.000 pazienti italiani diagnosticati che sono costretti a sottoporsi a diete prive di glutine come unica terapia alla loro patologia autoimmune, visto che non esistono cure contro la celiachia. Eppure molti altri italiani, pensando di avere una sensibilità al glutine, consumano speciali alimenti senza glutine ritenendo anche che siano più sani, leggeri o addirittura dimagranti. Invece si tratta di una scelta pericolosa, perché può impedire di diagnosticare adeguatamente i casi di vera celiachia.

Riportiamo qui di seguito alcune ulteriori importanti precisazioni dell'AIC sulla vicenda.

 

Per l’Ue i celiaci non sono vulnerabili ma vanno tutelati

Ieri mattina (l'11 giugno, NdR) il Parlamento europeo ha definitivamente approvato in seduta plenaria il Regolamento che riguarda gli alimenti destinati ai lattanti, ai bambini nella prima infanzia, “a fini medici speciali” ed a coloro che devono perdere peso. Il Regolamento punta a semplificare la materia con la cancellazione delle norme riguardanti i prodotti cosiddetti “dietetici”, rivolgendo il proprio campo di applicazione ai prodotti giudicati “essenziali” per categorie “vulnerabili” della popolazione per tutelarne la salute.

Il “compromesso” per distinguere i prodotti senza glutine

Il dibattito – che ha impegnato per 20 mesi il Parlamento europeo, il Consiglio dell’Unione europea e la Commissione, con il coinvolgimento attivo di varie istituzioni e organizzazioni sociali interessate tra cui l’Associazione Italiana Celiachia – è stato in larga misura dedicato alla scelta di includere o meno gli alimenti senza glutine (oggi compresi tra i “dietetici”) in questo nuovo Regolamento. Alla fine di un lungo confronto, i tre organi di governo europei hanno raggiunto un compromesso, votato a larga maggioranza dall’assemblea di Strasburgo: le persone affette da celiachia non sono comprese tra quelle considerate categoria “vulnerabile” dall’Ue, ma i prodotti senza glutine di cui hanno bisogno, oltre a risultare chiaramente identificabili in etichetta, dovranno mantenere le stesse garanzie di sicurezza oggi previste dalla normativa vigente.

AIC: “Non abbiamo vinto, ma ora l’impegno deve essere tutto sul corretto trasferimento delle norme”

Per AIC, che si è impegnata a fondo negli ultimi 2 anni affinché il nuovo Regolamento inserisse anche i prodotti senza glutine tra gli alimenti “essenziali per una categoria vulnerabile” quali sono i celiaci, quella raggiunta non è ovviamente la soluzione voluta. « Tuttavia – spiega il direttore generale Caterina Pilo – tenuto conto delle diverse sensibilità emerse su questo punto in campo europeo, l’accordo va affrontato con pragmatismo, anche perché il commissario europeo Borg ha ribadito davanti al Parlamento europeo la ferma volontà di rispettare l’impegno preso con il Regolamento di garantire ai celiaci lo stesso livello di protezione previsto dalle attuali norme». Quest’impegno si concretizzerà con il trasferimento degli alimenti senza glutine e con contenuto molto basso di glutine disciplinati nel Regolamento 41/2009, ora abrogato, all’interno del FIC (Food Information to Consumers), cioè del Regolamento 1169/2011 dedicato alle informazioni ai consumatori sull’etichettatura dei prodotti, garantendo, come esprime il testo del regolamento, le stesse garanzie che oggi la norma prevede per i prodotti senza glutine”.

Cosa succede adesso?

Per due anni non cambierà nulla. Le procedure europee prevedono che il nuovo Regolamento e la normativa da esso prevista trovi attuazione negli stati membri a due anni dall’approvazione ed entrata in vigore, quindi giugno del 2015. Ciò significa che anche per i celiaci nei prossimi due anni non cambierà nulla, perché i prodotti senza glutine o a basso contenuto di glutine continueranno ad essere regolati dalle norme oggi ancora vigenti.

Adeguare le norme nazionali distinguendo gli alimenti specifici per i celiaci

In ogni caso AIC vigilerà affinché l’inserimento dei prodotti senza glutine nella norma FIC (Food Information to Consumers, Regolamento 1169/2011), assicuri pienamente i diritti dei celiaci. In particolare, AIC solleciterà la collaborazione di tutte le istituzioni italiane, delle organizzazioni imprenditoriali e delle associazioni consumatori già sensibilizzate a favore dei diritti dei celiaci, affinché nel nostro Paese non siano messe in discussione le procedure di controllo ufficiale e la permanenza del Registro Nazionale dei prodotti dietetici senza glutine introdotto dal decreto legislativo 111 del 1992. Per questo occorrerà mantenere nel FIC una chiara distinzione tra alimenti di consumo corrente senza glutine, e alimenti specificamente destinati ai celiaci. In tal modo si potranno avere da una parte norme chiare per gli alimenti di consumo corrente, che potranno informare correttamente il consumatore circa la presenza/assenza di glutine (non dimentichiamo che il FIC prevede anche la futura regolamentazione del claim "può contenere tracce di..."); dall’altra disposizioni precise riguardanti i prodotti destinati a quanti soffrono di intolleranza al glutine, gli "ex dietetici", prodotti identificabili ad esempio con la scritta “per celiaci”, con precise indicazioni che ne garantiscano la sicurezza e la qualità.

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